Senza Hormuz libero. Trump pronto ai raid per aprire lo Stretto

Scritto il 24/05/2026
da Gian Micalessin

L'economia globale in crisi, se l'Iran resiste il tycoon scatenerà un'offensiva

Se riprenderà verrà ricordata come la guerra dello Stretto. O meglio la guerra per Hormuz. E visto che la posta in gioco è un'economia mondiale minacciata - dicono gli analisti - da una crisi globale paragonabile a quella del 2008, Donald Trump potrebbe riprendere i raid sull'Iran già questa notte. Anche perché la chiusura di Wall Street per il Memorial Day (la Festa dei Caduti) - programmato come sempre per l'ultimo lunedì di maggio - eviterebbe scossoni finanziari.

Certo per un Trump messo alle strette da un'opinione pubblica largamente contraria alla guerra e con indici di gradimento sotto il 40 per cento riprendere il conflitto è come giocarsi tutto alla roulette. Ma si tratta di un azzardo indispensabile. Anche perché ogni altra scelta rischia di rivelarsi peggiore. I negoziati con l'Iran avviati dopo il cessate il fuoco dell'8 aprile si sono dimostrati una tela di ragno capace di paralizzare l'America e azzerare i suoi successi militari. Tanto più che la principale giustificazione per l'avvio del conflitto, ovvero la minaccia nucleare, resta poco evidente.

I raid su Hormuz potrebbero dunque esser accompagnati da un blitz per il recupero dei 430 chili di uranio arricchito al 60% ancora in mani iraniane. Ma la questione nucleare è poca cosa rispetto al controllo dello Stretto. I colloqui dei giorni scorsi tra Repubblica Islamica e Oman per la spartizione delle eventuali tasse di passaggio imposta alle navi in transito da Hormuz evoca disastri globali ancora peggiori. Il primo sarebbe quello di regalare all'Iran una sorta di vittoria ai punti sulla potenza americana. Una vittoria sancita dalla sua capacità di controllare uno degli stretti cruciali per il commercio internazionale. Ma in prospettiva l'addio a Hormuz rischia di cancellare il principio essenziale della libertà di navigazione sancito dalle Nazioni Unite che proibisce l'imposizione di dazi da parte degli stati affacciati su uno stretto. Lasciando Hormuz nelle mani degli ayatollah Trump rischia insomma di dar la stura a una contesa globale capace di estendersi dalle Molucche a Bering, dai Dardanelli a Gibilterra.

La "liberazione" di Hormuz, fondamentale non solo per il benessere delle monarchie sunnite del Golfo, ma anche per le economie europee, rappresenta un'ottima motivazione per riprendere la guerra. Non la rende però un'opzione facile. Nei 45 giorni trascorsi dall'8 aprile il regime iraniano è riuscito a restaurare gran parte delle installazioni missilistiche bombardate dagli americani, a sostituire molti dei lanciatori e a ripristinare la scorta di testate. Un'opera di restauro e ripristino che rende assai insidiosa qualsiasi sortita nelle acque dello Stretto. Uno stretto fiancheggiato da isole e coste trasformate in basi per la contraerea e per la flotta di barchini veloci dei Pasdaran. Dall'altra parte la cancellazione "manu militari" del blocco di Hormuz e la ripresa dei traffici internazionali rappresentano un'esigenza capace di giustificare, di fronte all'opinione pubblica, le eventuali perdite sopportate dagli Stati Uniti. Mentre sul fronte del diritto internazionale Trump potrebbe ribadire che l'attacco all'Iran iniziato in maniera illegittima si è rivelato alla fine una guerra indispensabile per la difesa del diritto di navigazione.