Oddio, ricominciamo. Non con il virus, speriamo. Ricominciamo con il pensiero, che è peggio, perché entra in casa, si siede sul divano e non se ne va più. Il sito del Figaro, che è un quotidiano serio, apriva con l'hantavirus: un nuovo caso, confermato tra l'equipaggio della Hondius, gente che pareva sana come un merluzzo del Baltico. Stavano a Tenerife, subito rispediti in Olanda. È bastato questo. La memoria si è rimessa in moto da sola, come un vecchio motore che non aspettava altro.
Noi facciamo finta di guardare i numeri. Undici casi. Tre morti. Centoventi persone in osservazione. Ma in realtà guardiamo un'altra cosa. Guardiamo il primo. Anzi, per non spaventarci, i virologi lo chiamano Zero. Caso Zero. Che è un trucco per non dire: il disgraziato Numero Uno.
Me lo ricordo, il Signor Zero. Aria di uomo simpatico, lo studioso col cannocchiale in vacanza con Poirot. Era, anzi fu, un ornitologo dei Paesi Bassi. Leo Schilperoord non cercava petrolio, non provocava guerre, non si sporgeva sugli abissi per rubare l'oro ai nativi. Rincorreva uccelli, absit iniuria verbis, senza strappargli neppure una piuma. Era in Patagonia per osservare i rapaci che si nutrono di carcasse, i condor, i caracara. È finito in una discarica vicino a Ushuaia perché gli appassionati di volatili fanno anche questo: li inseguono fin dove il mondo sputa i suoi avanzi. E lì, in mezzo ai topi e ai loro escrementi, è cominciata la storia. Un uomo che inseguiva la bellezza delle planate e delle risalite si è perso dietro la cacca dei roditori. C'è già tutta la nostra parabola, qui dentro. I topi, per carità, mi sono persino cari. Sono industriosi. Disney ci ha tirato su un impero. Ma ogni tanto ci ricordano che la natura non è un cartone animato. Anche il Covid è stato uno. Poi dieci. Poi cento. Poi centonovantamila morti italiani, e venti milioni nel mondo, se contiamo davvero e non per finta. Un'umanità intera cancellata che non riusciamo nemmeno a immaginare tutta insieme. E all'inizio? All'inizio sembrava poco. Gestibile. Una cosa cinese, lontana, esotica, roba di pipistrelli al mercato. Sembrava sempre poco. Fino al giorno in cui non lo è stato più. Per questo oggi bisogna stare attenti due volte. A non gridare all'apocalisse e a non fare gli spiritosi. Sono due modi diversi di non capire. Perché intanto è arrivata l'altra storia. Ebola. Congo. E qui scatta la tentazione più meschina. C'era un congolese in volo per tutt'altra destinazione, che si è ritrovato dirottato sull'aereo per Detroit, perché gli americani i congolesi adesso li escludono. Un fatto. E quel fatto, in certi italiani, ha rimesso in moto la solita fantasia: quella dello scroccone, che è una postura dell'anima, strutturale, atavica. Speriamo che il Congo non vada ai Mondiali per l'Ebola, speriamo che l'Olanda si fermi per l'hantavirus, e magari qualcuno salta, e l'Italia entra dalla porta di servizio. Gli altri chiusi nei lazzaretti, noi ripescati come supplenti della storia, in mutande ma vivi.
Mors tua, vita mea. Una bischerata bella e buona, per essere precisi. Perché quella formula finisce quasi sempre allo stesso modo: mors tua, mors mea. Il virus non guarda chi sale e chi scende dall'aereo. Il congolese di Detroit era sano. Asintomatico. Ma portava la biografia sbagliata: veniva dal posto sbagliato. E allora la paura, il sospetto, il corpo che smette di essere persona e diventa rischio. Capisco tutto. Dopo il Covid siamo tutti un po' rovinati dentro. Abbiamo visto le città vuote, i nonni morti da soli, le bare in fila sui camion militari. Proprio per questo dovremmo aver imparato qualcosa. I virus non leggono i passaporti. Non guardano la classifica delle qualificazioni. Non conoscono Schengen e non votano. Pensare che il male degli altri sia la nostra polizza sulla vita è la più stupida delle illusioni. Se il Congo brucia e noi diciamo arrangiatevi, stiamo solo rimandando il conto di qualche mese. O di qualche volo. Lo dico chiaro: se potessi, qui userei il bastone. Lo userei sulla schiena di chi sogna i Mondiali regalati dalla peste altrui, perché è gente che non ha capito niente, né di calcio né di vita. Attenzione, però. Non siamo davanti a un nuovo Covid. Lo dicono gli esperti: l'hantavirus oggi resta limitato, controllabile. Meglio così. Ma una cosa va ricordata adesso, finché possiamo ragionare a mente fredda. Il primo caso fa sorridere. Il decimo inquieta. Il centesimo cambia il linguaggio. Il millesimo cambia la vita. La paura, un poco, è perfino sana: ci tiene svegli. Il guaio è quando diventa l'unica cosa che proviamo, e allora ci trasforma in cadaveri che camminano, vivi solo all'anagrafe. Tra il fare gli spiritosi e il morire di terrore c'è una terza via, che si chiama coscienza. È la più scomoda, perché obbliga a pensare anche al disgraziato dall'altra parte del mondo. Ma è l'unica che, prima o poi, ci salva tutti.
Compreso l'ornitologo che inseguiva gli uccelli alla fine della terra, e ha trovato, al posto loro, l'inizio di tutto. O di niente? E chi lo sa. Io intanto sto in guardia, col bastone.