Le polemiche sono quelle di sempre: l'ultimo incendio si accende sulle dichiarazioni dell'ad Giampaolo Rossi. I soliti falò e così esce quasi alla chetichella una notizia che dovrebbe sorprendere: la Rai nel 2025 ha chiuso i conti con il segno più. Non succedeva dal 2017 e invece è accaduto: 9,3 milioni di utile dopo otto anni di pareggio. E non con il maquillage di operazioni straordinarie ma perché in qualche modo si sta mettendo mano al carrozzone.
I dati cadono sul terreno arido dell'indierenza: il Palazzo è impegnato a capire se Rossi in un suo recente discorso si riferisse a Report quando attaccava il giornalismo d'inchiesta che si fa megafono di teoremi e può essere cancerogeno per la democrazia. Lui naturalmente smentisce, non tanto quello che non ha bisogno di essere smentito perché non è mai stato detto, ma anche eventuali allusioni. I dettagli, i puntini sulle i però in certe liturgie non contano. I numeri ci portano però altrove, a coniugare due parole che nessuno immaginava potessero andare a braccetto: Rai e sostenibilità. Incredibile, ancora di più ai tempi di TeleMeloni. Insomma, non la solita azienda che boccheggia quando non sprofonda ma un broadcaster moderno che fa le sue scelte, prendendo a modello la mitica Bbc, e impara a camminare con le proprie gambe. La Bbc non è rimasta seduta sugli allori, ha venduto alcune sedi storiche - come Maida Vale Studios, complesso iconico per la storia musicale britannica - senza la paura di profanare la propria storia gloriosa e insomma ha rivolto la prua verso il futuro. Qualcosa di analogo capita, ed è la seconda notizia, con il piano immobiliare atteso da decenni che proprio in queste ore entra nella fase cruciale.
Gli italiani, distratti, hanno aerrato solo l'eco della querelle, innescata da Fiorello che se l'è presa perché fra i beni in dismissione figura, nientemeno, lo storico Teatro delle Vittorie. Eresia, Scandalo e vergogna. Altra barua a Venezia, sullo sfondo delle elezioni che si terranno oggi e domani, perché sul mercato è finito pure Palazzo Labia, gioiello barocco con gli areschi di Giambattista Tiepolo, e anche qui si è alzato il muro, invalicabile, del "no, non può essere". Quel che non si racconta è il resto: sono in vendita 15 asset prestigiosi, dalla sede milanese di Corso Sempione firmata da Giò Ponti, a quella di Firenze. Si parla di 150 mila metri quadri, e l'idea è quella di vendere un pacchetto unico portando a casa più di 200 milioni. Non solo, fra razionalizzazioni, investimenti e cessioni, la macchina dovrebbe girare molto meglio, con un risparmio non inferiore ai 10 milioni l'anno. Dieci milioni del contribuente. Ma, stranamente le cifre, quando diventano virtuose, non appassionano più e vengono dimenticate in fretta. Si alzano scintille, il Ministro Alessandro Giuli annuncia il suo interesse per i due cimeli colmi di storia e cultura: il Teatro delle Vittorie e Palazzo Labia potrebbero finire sotto il suo mantello, e dunque la lista potrebbe accorciarsi a quota 13, ma intanto si aspetta di sapere chi sono i privati che hanno deciso di scendere in campo e aperto la trattativa con i dirigenti Rai. Cartoline inedite: sì bonifica dall'amianto proprio la sede simbolo del potere radiotelevisivo, nel cuore di Prati a Roma, sono pronti i nuovi studi a Saxa Rubra, si riqualifica l'auditorium più capiente della tv tricolore, il Domenico Scarlatti di Napoli, e si posa al Portello la prima pietra del nuovo Centro di produzione di Milano. Piccoli grandi passi nel frastuono generale che tutto livella e confonde e dove l'unico argomento è la presunta sovraesposizione della maggioranza dagli schermi di TeleMeloni. Ma il segno più, se confermato nel tempo, aerma un nuovo paradigma, lontano dallo stereotipo della Rai fabbrica di sprechi e sperperi. La tv di stato chiede sì il canone, ma non mette più le mani nelle tasche degli italiani.