Il luglio 2022 forse nessuno lo ricorderà come il periodo più caldo della propria vita: percezione e alte temperature successive hanno fatto dimenticare quella che la cronaca descriveva come un'estate particolarmente afosa. In un appartamento di Milano, a Ponte Lambro, proprio in quel luglio, una bambina di un anno e mezzo restava da sola per 6 giorni, in una culla da campeggio con un po' d'acqua e del tè deteinato, le tapparelle calate nella stanza. Si chiamava Diana Pifferi e in foto aveva un sorriso luminoso. Nel 2026 per la sua morte è stata condannata in via definitiva la madre, Alessia Pifferi.
"È una donna che non ha futuro - dice della sua ex assistita, pensando a un domani, quando avrà finito di scontare la pena, l'avvocata che l'ha seguita in primo e secondo grado, Alessia Pontenani - perché tutti la conoscono, non ha più nulla. Non ha famiglia, non ha parenti, non ha denaro, non ha cultura. Non posso neanche immaginare cosa le succederà una volta uscita dal carcere".
La morte di Diana
Non si può dire molto di una bambina di un anno e mezzo: a quell'età molti dei traguardi della vita sono ancora da venire. Certo è che il suo ingresso nel mondo non è stato semplice: la madre, Alessia Pifferi, 36 anni all'epoca dei fatti, ha sempre sostenuto di non sapere di essere incinta né chi fosse il padre, e ha partorito in casa dell'allora compagno a Leffe. Già dalla sera prima avrebbe avuto le contrazioni, ma non essendo a conoscenza del proprio stato interessante, le avrebbe scambiate per un'infiammazione al nervo sciatico.
"Alessia Pifferi aveva sicuramente difficoltà. In primis economiche: non aveva mai lavorato in vita sua, e non potevano essere sufficienti i 200 euro che la madre le inviava mensilmente. Cercava di arrangiarsi con piccoli stratagemmi: organizzare un battesimo per la figlia che non c'è mai stato, ma è servito per reperire denaro, piccole commissioni ai vicini anziani sul cui resto faceva la cresta, prestiti da conoscenti. C'è stata anche un'indagine per sfruttamento della prostituzione, dato che un vicino la metteva in contatto con conoscenti per sesso in cambio di denaro. Alessia e Diana vivevano in condizioni di estrema indigenza, tanto che un uomo sposato che frequentava la casa le portava talvolta pannolini e viveri", chiarisce la legale.
Diana nasce prematura e trascorre un primo periodo in ospedale, per poi tornare a casa con la madre e il compagno a Leffe. Tuttavia la relazione tra i due si protrae fino al compimento dei due mesi per Diana, quindi lei e la madre rientrano a Ponte Lambro. Ma lì, probabilmente, la situazione peggiora.
"C'era anche isolamento sociale oltre ai problemi economici: Alessia Pifferi, a parte una signora che la aiutava ogni tanto - e che a processo ha affermato che se non avesse trovato un lavoro, probabilmente la bimba sarebbe ancora viva - non aveva una rete, non aveva rapporti di amicizia. Se ci fossero state persone ad aiutarla, le avrebbero spiegato che magari avrebbe avuto diritto a una piccola pensione di invalidità o a fondi di welfare. Nessuno si è mai preoccupato del fatto che Diana non avesse un pediatra, che non avesse fatto le vaccinazioni. Anche i famigliari: la madre non poteva fare più di tanto, perché viveva lontana, e con la sorella non aveva buoni rapporti. Alessia e Diana Pifferi erano persone invisibili. Quando la piccola è nata all'ospedale di Bergamo nessuno si è preoccupata di verificare come effettivamente questa bambina sarebbe cresciuta, ma c'era il Covid, poi Alessia si è trasferita a Milano e quindi Diana è sparita dai radar", illustra la legale.
Dopo il trasferimento ciò che si conosce della loro quotidianità è materia di atti processuali: i dissidi di Alessia con la famiglia, alternati però da periodi quanto meno sereni, i tanti uomini conosciuti da Alessia, il tira e molla con lo stesso compagno di Leffe. "Nella vicenda c'è una componente di solitudine, ma sono anche convinta che Diana avesse problemi di natura fisica. Nata con un Apgar 7, ricoverata per molto tempo in ospedale, avrebbe dovuto sottoporsi, ma non l'ha mai fatto, a un esame audiometrico. A 18 mesi, quando i bimbi iniziano a dire le prime parole, la bambina non parlava, emetteva solo piccoli suoni, in base alle registrazioni audio giunte fino a noi. Era una bambina che non piangeva, non dava alcun tipo di preoccupazione, ed era abituata anche al fatto che in caso di pianti o urla, probabilmente nessuno le dava ascolto. Diana era abbandonata regolarmente a se stessa, perché nei weekend precedenti alla morte, Alessia la lasciava regolarmente sola", aggiunge l'avvocata.
A fine giugno 2022, Alessia Pifferi e il compagno riprovano a riallacciare la relazione, tanto che il 14 luglio la donna organizza alcuni giorni romantici con tanto di limousine e cena sul lago, oltre che decine di abiti in valigia. Dice alla madre che Diana, in quei giorni, sarebbe rimasta con la babysitter, una persona che però non esisteva. Alessia rientra a Milano per alcune ore il 18 luglio, ma non va a casa.
Ritorna invece il 20, ritrovando la figlia morta. Intervengono sanitari, carabinieri, vicini. Alessia Pifferi chiama il compagno e dice di essere rientrata ma di non aver trovato la babysitter - a lui aveva detto precedentemente che la bimba fosse con sua sorella - e che la bambina era morta, ma forse era colpa dei suoi tentativi di svegliarla. I paramedici intervengono affermando che no, Diana è morta uno o due giorni prima. Di disidratazione, di fame, di stenti, come stabilisce successivamente l'autopsia. Per Alessia Pifferi si aprono le porte della custodia cautelare in carcere.
Le indagini
In questa vicenda c'è una certezza: Alessia Pifferi ha lasciato Diana sola per 6 giorni, incapace di provvedere a sé, data l'età. In altre occasioni aveva lasciato la bambina sola per qualche ora, per cui il dubbio che permane nell'opinione pubblica, al netto delle sentenze è: Alessia Pifferi, in quel momento, si è resa conto dei rischi cui esponeva la figlia? Pontenani in aula ha mostrato un'immagine eloquente: il piedino della piccola con unghie lunghissime. Alessia era in grado di occuparsi di Diana? Qualcuno avrebbe potuto accorgersi prima della situazione?
È uno di quei dubbi che alimenta il dibattito nell'opinione pubblica, come spesso accade in questi casi divisivi, per cui, come ha sottolineato Roberta Petrelluzzi nella puntata di "Un giorno in pretura" dedicato al processo di primo grado, c'è chi ritiene Alessia Pifferi un'assassina, chi invece una donna con grandi difficoltà cognitive.
"Questo è stato un caso orribile, io credo che le persone, tutte noi, speravamo che ci fosse un'altra motivazione, perché è impossibile secondo me pensare che una madre possa arrivare a fare questo. Non è un omicidio deliberato, ma è qualcosa aldilà dell'umana comprensione. La dottoressa Abramante, mia consulente in primo e secondo grado che poi si è occupata anche di Chiara Petrolini, me lo disse: o qui c'è un problema o siamo di fronte al mostro peggiore che io abbia mai visto. Forse le persone a un certo punto si sono chieste se sia possibile che questa donna fosse così cattiva e crudele, o se ci fosse qualche altro motivo in ciò che è accaduto. Secondo me, il fatto che io sia riuscita in qualche modo a far vedere che, al di là dell'immagine che veniva trasmessa in tv di Alessia Pifferi in guêpière che mandava foto ai suoi interlocutori su Tinder. C'era qualcos'altro. C'era una donna fragile con delle problematiche. Per questo, a un certo punto l'opinione pubblica si è divisa, perché è vero, non ci sono mai stati dubbi sul fatto che la bambina sia morta. Ma questo non significa che io abbia cercato di giustificare, bensì di evidenziare la concausa", illustra Pontenani.
È un punto importante questo, un punto che, al di là dell'opinione pubblica, ha segnato inevitabilmente le indagini. Secondo la difesa, rappresentata nei primi due gradi di giudizio dalla legale Pontenani, Alessia Pifferi avrebbe sofferto di un grave deficit cognitivo, evidenziato anche dalla sua storia neuropsichiatrica - da piccola avrebbe avuto diritto all'insegnante di sostegno, in base alla legge 104. Ma nel processo di primo grado si sarebbe anche accennato alla possibilità che Alessia Pifferi abbia avuto consapevolezza dei bisogni di Diana, come attestato dall'incontro in ospedale con i servizi sociali quando la bimba era piccolissima. Un incontro particolare questo, in cui si sarebbe perfino creduto però che la donna fosse davvero una neuropsichiatra, cosa che aveva scritto anche sul suo profilo sui siti di incontri, e circostanza non vera. In secondo grado però le consulenze di parte della difesa si sono rivelate chiarificatrici.
"Probabilmente alla fine i limiti cognitivi di Alessia Pifferi sono stati riconosciuti, anche se forse non ne avremo mai certezza. I consulenti hanno parlato di fragilità cognitiva, riscontrata in Alessia Pifferi fin dall'infanzia, da quando cioè aveva iniziato a frequentare la neuropsichiatra infantile a 4 anni. Ovviamente una bambina non seguita e poi non supportata non può avere uno sviluppo normale infatti, Alessia Pifferi è una persona estremamente fragile. Non ha la patente, non ha mai letto un libro, ha dovuto interrompere gli studi quando i genitori l'hanno ritirata da scuola a 15 anni, ed è entrata in un limbo dal quale non è più uscita", chiosa Pontenani.
In occasione del processo di primo grado fu inoltre richiesta una perizia, condotta da un team guidato dallo Elvezio Pirfo. In sede di test, Alessia Pifferi diede delle risposte insolite - tra le altre che un chilometro poteva essere coperto a piedi in un'ora da un essere umano - e i risultati evidenziarono che non ci fosse un "disturbo psichiatrico clinicamente significativo", bensì una certa capacità manipolatoria e l'alessitimia, una caratteristica per cui una persona non prova emozioni. È stato quindi un lungo braccio di ferro, come pure sulle presunte caratteristiche morali dell'imputata, additata dall'accusa come "lussuriosa".
"Al processo io ho parlato di 'fame d'amore' - spiega Pontenani - è brutto dirlo, ma ho paragonato Alessia Pifferi a un animaletto che cerca di capire come sopravvivere nel miglior modo possibile. Lei voleva qualcuno che si occupasse di lei e della bambina. Qualcuno la iscrive a un un sito di incontri, perché non era in grado di farlo da sola, e la prima cosa che scrive sul sito è: sono una ragazza madre. Non ha mai nascosto la presenza di una bambina, cosa che sarebbe deterrente per qualunque uomo. Non era una donna lussuriosa, come la definita l'accusa, ma solo una donna alla disperata ricerca di qualcuno: non le interessava l'età, non le interessava l'aspetto estetico, non le interessava il genere".
C'è poi un'altra questione: fin dal primo giorno in cui fu data la notizia della morte di Diana, ci si è interrogati come mai nessuno avesse sentito nulla. Possibile che la bambina, affamata e assetata, non abbia pianto? A questo proposito, si è provveduto ad analisi mirate, dato che nella casa di Ponte Lambro era stata rinvenuta una boccetta di benzodiazepine - lasciata da un uomo, aveva spiegato Alessia Pifferi, ma non ricordava chi. Dalle analisi è emerso come tracce di benzodiazepine siano state trovate solo sul capello di Diana Pifferi - neppure sul bulbo - e quindi frutto di contaminazione da contatto con qualcuno che le aveva assunte. Per cui il dubbio sul pianto della bambina resta: "Questa bambina non piangeva perché nessuno la ascoltava", avrebbe detto Pontenani al processo di primo grado. E di questa vicenda resta ancora aperta la domanda: si può evitare che accada di nuovo, in un'altra casa, in un altro luogo?
"Ritengo che bisognerebbe sfatare il mito che la maternità sia bella come la immaginiamo - risponde la legale in merito alla possibilità di prevenzione - Certo, quello di Alessia Pifferi è stato un caso particolare, perché ha lasciato morire la figlia, ma non è il primo caso. Nel momento in cui ci sono situazioni drammatiche e una donna partorisce senza avere una rete di supporto e con fragilità anche economiche, si rende necessario l'intervento degli assistenti sociali. Secondo me non c'è un vero supporto alla maternità: le donne partoriscono e poi vengono abbandonate a loro stesse. Quindi, se sono in grado di andare avanti, se hanno parenti e amici o un compagno che aiuta, ce la fanno, ma altre donne non riescono. Questo è l'epilogo più drammatico, ma non è l'unico caso. Anche la depressione post partum è un fenomeno da analizzare in modo molto più serio".
I processi
Il processo di primo e secondo grado si sono concretizzati su due scontri principali tra accusa e difesa: da un lato il reato contestato - omicidio volontario in forma omissiva - che secondo la legale Pontenani sarebbe dovuto essere riqualificato in abbandono di minore - e quindi morte in conseguenza di altro reato. L'opinione pubblica anche su questo si è schierata: non tutti hanno compreso che anche questi reati sono ritenuti gravissimi.
"In realtà, non si comprende che il nostro codice prevede decine di sfumature per qualsiasi tipo di reato, nella fattispecie delittuoso, come pure di aggravanti, di attenuanti. Speravo di riuscire a dimostrare che non c'era stata volontarietà nell'omicidio, perché se manca la volontarietà doveva essere qualcosa di diverso, ma non un omicidio colposo, bensì un altro tipo di reato. E il nostro codice prevede l'abbandono di minore con morte in conseguenza di altro reato e quindi per me questo era un caso evidente in tal senso, tanto che ho portato all'attenzione dei giudici casi molto simili: ci sono perfino sentenze di cassazione di questo tipo risalenti al 1930. Sarebbe bastato riconoscere la fragilità cognitiva di Alessia Pifferi per dare una definizione diversa al reato. E non credo che ci fosse neppure il dolo eventuale. La pena non sarebbe stata comunque lieve, dato che avremmo parlato di 18 anni di reclusione. In tutto questo, non sono neanche stata compresa quando ho chiesto l'assoluzione di Alessia Pifferi: io ho chiesto l'assoluzione per omicidio volontario, perché secondo me la definizione di reato era diversa, e per questo sono stata insultata e minacciata di morte", dice Pontenani.
Alla fine del processo di primo grado, il 13 maggio 2024, Alessia Pifferi è stata in effetti condannata all'ergastolo per omicidio volontario in forma omissiva con dolo eventuale, da parte di persona ritenuta capace di intendere e di volere al momento del fatto, con il riconoscimento dell'aggravante dei futili motivi e l'esclusione dell'aggravante della premeditazione e delle attenuanti generiche. Per la sorella Viviana Pifferi e per la madre Maria Assandri, ammesse alle parti civili, sono state disposte delle provvisionali a titolo di risarcimento, ammontanti rispettivamente a 20mila e 50mila euro.
In secondo grado - il processo si è concluso il 5 novembre 2025 - è stata ribadita l'esclusione della premeditazione ma sono riconosciute le attenuanti generiche: la pena è stata ridotta a 24 anni di reclusione. La sentenza è diventata definitiva il 25 giugno 2026 con la pronuncia della Corte di Cassazione - dove Pifferi è stata difesa dall'avvocato Christian Scaramozzino - con la sentenza che ha confermato la condanna in appello.
"Questo è il primo caso in cui l'influenza della narrazione mediatica finisce in una sentenza e il fatto che questa sentenza sia poi stata confermata anche in cassazione, d'ora in poi verrà utilizzata secondo me come precedente. Purtroppo non è l'unico caso di processo mediatico. E il problema non sono solo i giudici popolari, ma anche i giudici togati che sono comunque persone che vanno a casa, accendono la tv e leggono i giornali. A mio avviso, bisognerebbe fare attenzione alle notizie che si danno durante il processo, perché potrebbero risultarne influenzati anche i testimoni. Ad esempio, nella sentenza di secondo grado viene scritto che la madre di Alessia Pifferi avrebbe modificato le dichiarazioni per sottrarsi al linciaggio mediatico. Quando presi l'incarico le feci consigliare di togliersi dai social, perché i suoi post su Facebook erano pieno di insulti, da parte di persone che non sapevano nulla della sua vita o del caso, e la denigravano violentemente. Tuttavia l'interesse dei media può essere anche d'aiuto: grazie a Tele Lombardia, andai nella vecchia scuola di Alessia Pifferi e trovai la sua documentazione. Ci sono vantaggi e svantaggi: sicuramente nel caso Pifferi il processo mediatico ha falsato le testimonianze in primo grado, perché le persone avevano paura a parlare bene di Alessia. Nessuno ha parlato bene di Alessia tranne l'ex marito. E forse se non ci fosse stato il processo mediatico, la madre di Alessia Pifferi non si sarebbe così allontanata dalla figlia per proteggere se stessa", prosegue la legale.
Questo iter è stato caratterizzato anche da un'indagine, in un periodo in cui ci si interrogava su una possibile perizia, a carico di tre psicologhe del carcere di San Vittore, che avevano realizzato dei test sull'imputata, in un eccesso di zelo e sulla stessa avvocata Pontenani. Alla fine sono state tutte assolte, ma ci si è posti l'interrogativo se ad Alessia Pifferi sia stato garantito il diritto alla difesa. "Durante il primo grado, è partita l'indagine parallela contro le psicologhe e contro di me - racconta Pontenani - Quando c'è stato il mio processo, mi sono resa conto che tutto quello che facevo il pm già lo sapeva, perché ero sotto intercettazione. Per cui c'è stato il rischio che fosse leso il diritto alla difesa: secondo me è stato sbagliato far partire un'indagine parallela durante una perizia, anche perché siamo tutti esseri umani e abbiamo una professione da svolgere, magari anche con un'iscrizione all'albo per cui per deontologia stiamo attenti a ciò che facciamo".

