Uscito da Rizzoli a giugno, Il romanzo sotto accusa (per non parlar dei versi) raccoglie saggi e articoli, in parte inediti, con cui Walter Siti ripercorre la parabola di una letteratura un tempo maledetta e oggi ridotta a farmaco consolatorio. L’arco va da Dante e Gadda a Genet e Campana, dai versi di Penna e Montale fino alle liriche dei trapper e alle scritture ibridate dall’intelligenza artificiale, con una diagnosi che non risparmia nessuno: se il romanzo è sotto processo, alla poesia va perfino peggio.
Ed è proprio ai trapper che tocca il compito imprevisto di custodire la poesia sfrattata dai luoghi ufficiali. Siti li legge con la stessa serietà filologica riservata a Montale, convinto che in quei testi la parola guidi la mente e il suono preceda il senso, secondo un istinto che, all’insaputa degli autori, riannoda fili antichissimi. Il denominatore comune è una spinta verso la prosa, la confessione, il parlato: ed è lì che i versi tornano a sfiorare quel romanzo di cui il libro celebra il declino.
Nelle lasse assonanzate di Massimo Pericolo, costruite su una stessa vocale tonica, Siti riconosce il metro della Chanson de Roland, e sotto la posa del gangsta che cita Escobar scopre il ragazzino di provincia che prega Totoro di nascondergli la droga nel bosco. In Marracash, ultraquarantenne steso sul lettino dell’analista, la trap si fa prosa dialogica e autocritica del machismo, fino al verso puro metatesto «molla tutto, non lamentarti nella canzone», dove la resa dei conti diventa resa dei conti della resa dei conti.
Nella Vergogna di Madame, diciassettenne che esibisce la confusione su un impianto di ottonari, affiora il rimbaudiano «io è un altro», un io sentito come semplice «addizione» di contesto e opinioni. E in Rancore l’X agosto pascoliano rivive dentro il flow, col suo ritmo ternario e la pioggia di meteoriti-lacrime, restituito a quella dimensione cosmica che la lettura scolastica ha smarrito.
Il paradosso è tutto qui: la tradizione più alta ritorna dove nessuno la cercava, tra bestemmie e ferite private, non come citazione erudita ma come necessità biografica. Resta la domanda inquieta di Siti, la stessa per ognuno di questi ragazzi: sapranno resistere alla mezza cultura che arriva col successo, o Spotify finirà per addomesticare anche l’ultima ingenuità?
Sono passati dieci anni esatti dall’esplosione (non dalla nascita, remota) del rap: è già tempo di fare un bilancio.

