Tra le bandiere appese alle case, i colori nazionali che svettano nelle vetrine, i concerti, le parate e gli immancabili fuochi d’artificio, attraversare gli Stati Uniti durante l’estate del loro duecentocinquantesimo anniversario significa viaggiare dentro una celebrazione permanente. Un luogo e un tempo durante il quale sembra che chiunque non esiti a ricordare immediatamente il racconto fondativo del Paese, in un moto di orgoglio nazionale che rispecchia quello che è stato da sempre il “mito americano”.
“Sono così orgogliosa della mia Nazione!”, ci dice entusiasta una signora per le strade di Nashville durante le celebrazioni del 4 Luglio. O ancora: “Qui posso essere davvero libero, fare quello che voglio, andare dove voglio. Abbiamo lottato per questo”, sono le parole di un signore completamente adornato dal rosso, dal bianco e dal blu dei colori della bandiera americana, che lo ricoprono dal cappello fino agli occhiali da sole, per arrivare al boa glitterato che gli circonda il collo.
Quando poi ci si allontana un po’ dalle piazze, però, quando ci si addentra nei vicoli, si lasciano le grandi città e si parla con le persone percorrendo le strade che collegano il Sud al Midwest, ecco che subito ci si accorge in realtà che dietro quella rappresentazione solenne e inscalfibile serpeggia una domanda: in realtà che cosa è rimasto, oggi, del Sogno Americano?
Un viaggio nel cuore degli Stati Uniti
In un reportage itinerante iniziato a New Orleans e terminato a Chicago, abbiamo attraversato Jackson, Birmingham, Nashville, Memphis e St. Louis, toccando otto stati: Louisiana, Mississipi, Alabama, Tennessee, Arkansas, Kentucky, Missouri e Illinois, passando dalle grandi città fino ai piccoli centri.
Un percorso che non coincide soltanto con una traiettoria geografica, ma che rispecchia degli Stati Uniti che mutano profondamente di luogo in luogo, nei quali lo scenario naturale cambia continuamente così come lo fanno le persone e gli ideali, passando attraverso storie diverse, economie differenti e modi spesso opposti di interpretare gli stessi concetti di libertà, indipendenza, opportunità e patria. Stati diversi in cui la bandiera americana sventola allo stesso modo, ma rappresenta ogni volta qualcosa di diverso.
Tutta la storia americana, dopotutto, sin dalla stesura e dalla firma della Dichiarazione d’Indipendenza del 1776, può essere letta anche come il continuo tentativo, mai concluso, di allargare il significato delle parole che avevano promesso dal principio che ogni essere umano avrebbe avuto il diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità.
Delle parole che già allora proclamavano un’uguaglianza che però non coincideva con quella reale: non valeva per gli schiavi, per le donne, per i popoli nativi e per molti altri individui esclusi dal soggetto collettivo che quella nuova Nazione stava costruendo.
E il Sogno Americano vede piantati i suoi semi precisamente dentro questa contraddizione: da una parte la promessa che ciascuno avrebbe potuto reinventarsi e perseguire i suoi obiettivi, dall’altra la consapevolezza che non tutti, in realtà, avrebbero mai avuto le stesse possibilità di farlo, raccogliendo l’eredità del passato.
Ed è proprio ciò che ci viene lasciato da chi viene prima di noi uno degli elementi dell’identità americana, ad esempio, per Rick Wooley: ex marine, ora capitano di un’imbarcazione che compie dei tour nelle paludi del Bayou della Louisiana. “Mio padre era nei marine durante la Seconda Guerra Mondiale, gli hanno sparato a Iwo Jima”, ci racconta. “Lui e tanti come lui hanno contribuito alla nostra libertà. Il Sogno Americano può esistere solo grazie a coloro che sono venuti prima di noi, che ci hanno dato l’opportunità di continuare a inseguirlo”.
La frammentazione del Sogno Americano
L’espressione “Sogno Americano” oggi continua a essere utilizzata spesso però, specialmente da chi ne parla da fuori, come se indicasse un’idea condivisa o un concetto univoco universalmente comprensibile. Eppure, nelle conversazioni raccolte durante questo percorso negli Stati Uniti, quel sogno non ha mai assunto una definizione unica: se un tempo questo poteva essere rappresentato prevalentemente come la corsa verso qualcosa di più grande, verso il successo o il denaro, oggi, sempre più spesso, non è più così.
Ora milioni di persone si confrontano sempre di più con il prezzo delle abitazioni, con l’accesso alla sanità, con il costo dell’istruzione, con la precarietà del lavoro e con salari che non sempre crescono quanto le spese necessarie per vivere.
Per alcuni, quindi, il Sogno coincide ancora con la mobilità sociale: partire dal basso, lavorare duramente e costruire qualcosa che possa essere lasciato ai figli. “Ci sono così tante opportunità in questo Paese: bisogna però avere un business plan ed essere bravi a concretizzarlo”, ci dicono dopotutto due imprenditori incontrati in una delle aree più pericolose della città di Jackson, Mississipi.
Per altri il Sogno è però diventato un obiettivo più concreto e meno mitologico: avere una casa, uno stipendio sufficiente, una famiglia protetta dall’incertezza. Per altri ancora significa poter scegliere liberamente la propria vita, professare la propria fede, vivere senza paura o trovare un luogo nel quale sentirsi semplicemente a casa.
Questo ce lo conferma anche Addie, giovane ragazza nata e cresciuta a Cape Girardeau, Missouri: “Sono nata e cresciuta qui… e questo posto è praticamente tutto ciò che abbia mai conosciuto. Tuttavia, il Sogno Americano per me è vivere fino in fondo, ed essere grata per ciò che ho”.
Una “frammentazione del Sogno” che però in qualche modo lo fa sopravvivere quindi, seppur in maniera diversa, e che forse trova proprio in questo punto ancora una parte della sua forza. Perché l’America resta ancora oggi un Paese affascinato dalle seconde possibilità, dalle rinascite, dalle vite ricostruite dopo una caduta: una narrazione che spesso viene utilizzata per nascondere le responsabilità collettive dietro il mito della volontà personale, o che spesso può trasformarsi in una serie di concetti astratti, certo, ma che è anche una delle energie inesauribili che hanno consentito alla società americana, così come al suo Sogno, di rinnovarsi continuamente.
Durante il viaggio, infatti, persino le persone più critiche nei confronti del Paese raramente sembravano voler rinunciare del tutto alla sua promessa. In un anno di festa che non risolve le divisioni né cancella il timore verso la politica, l’immigrazione o le differenze profonde tra le grandi città e le zone rurali, ma che dimostra comunque che l’idea di una comunità nazionale sia ancora radicata e presente, e che il Sogno Americano sopravvive proprio perché non appartiene più a una sola storia.
A duecentocinquant’anni dalla sua fondazione, per gli USA il Sogno non è più soltanto quindi la promessa di poter raggiungere qualunque traguardo, ma la battaglia quotidiana per conservare il diritto di immaginarne uno.
Tra New Orleans e Chicago, da Sud a Nord, quello che abbiamo incontrato è un Paese che continua a oscillare tra orgoglio e disillusione, fiducia individuale e fragilità collettiva. Un Paese che potrebbe sembrare smarrire spesso la sua strada ma che, con la stessa ostinazione, continua costantemente a cercarla.
E qui sta, forse, la verità dietro il Sogno Americano: che non sia mai completamente realizzato né univoco, che non arrivi mai a una compiutezza, ma che sia in realtà una promessa incompleta che ogni generazione è ogni volta chiamata a riscrivere. Una promessa che può sembrare tradita, manipolata o inaccessibile, ma che continua innegabilmente a esercitare una forza straordinaria su chi, nonostante tutto, sceglie ancora di credervi.

